Il primo rapporto sulla salute dei rifugiati e dei migranti in Europa

Il primo rapporto sulla salute dei rifugiati e dei migranti in Europa, sviluppato in collaborazione con l’Istituto Nazionale per la Salute, la Migrazione e la Povertà (INMP), è uno studio di più di 13 mila documenti raccolti in 54 paesi facenti parte della regione Europa dell’Oms (oltre all’intero continente, comprende anche il Kazakhstan, la Turchia, Israele e la Russia).

Il rapporto sottolinea che “Attualmente nel mondo ci sono circa 68,5 milioni di persone sfollate, delle quali 25,4 milioni attraversano i confini internazionali in cerca di protezione. È molto probabile che migranti e rifugiati godano di un buono stato di salute generale prima della partenza, ma sono, poi, concretamente esposti al rischio di ammalarsi durante il viaggio o durante il soggiorno nei paesi di accoglienza, a causa delle pessime condizioni di vita in cui vivono o di adeguamenti imposti al loro stile di vita (come cibo e acqua inadeguati) o dell’aumento di situazioni di stress. Il rischio di malattie non trasmissibili, come tumori o problemi cardiaci, è più basso che nella popolazione generale, ma aumenta all’allungarsi del periodo di permanenza lontano da casa. Ciò si verifica per via del mancato accesso ai servizi sanitari, anche di base, delle condizioni igieniche spesso inadeguate, dell’utilizzo di acqua contaminata prima o durante il viaggio migratorio. Così aumenta il rischio di contrarre una varietà di infezioni (batteriche, virali e parassitarie), anche per malattie prevenibili da vaccino”.

Inoltre, il rapporto evidenzia dieci punti principali. Partendo dal diritto alla salute come diritto fondamentale, sfata anche alcuni falsi “miti”, come quello dell’eccessiva “presenza” di migranti (in tutta la regione Oms-Europa sono appena il 10% della popolazione, mentre i cittadini di alcuni paesi europei stimano il numero di migranti tre o quattro volte di più di quanto effettivamente siano), o quello secondo il quale “porterebbero malattie infettive” (che invece contraggono molto di più quando sono in Europa).

Inoltre, l’OMS invita tutti i paesi ad attuare politiche che forniscano servizi sanitari a tutti i migranti e i rifugiati, indipendentemente dal loro status legale, a rendere i sistemi sanitari culturalmente e linguisticamente sensibili per affrontare la barriera della comunicazione, ad assicurare che gli operatori sanitari siano capaci e preparati a diagnosticare e gestire infezioni e malattie comuni, ed esorta a lavorare meglio in diversi settori che si occupano della salute dei migranti, migliorando al contempo la raccolta di dati statistici, e ponendo l’attenzione al disturbo da stress post-traumatico, che sembra essere più diffuso tra i rifugiati e richiedenti asilo rispetto alla popolazione ospitante.

Secondo quanto affermato da Santino Severoni, coordinatore del programma Oms Europa sulla migrazione e la salute, “È vero che lo spostamento delle popolazioni viene considerato una fonte di rischio, e per questo c’è un monitoraggio, ma riguarda tutti gli spostamenti. Si pensi ai 400mila che sono arrivati via mare in Italia nel 2016 e ai 20 milioni di passeggeri dell’aeroporto di Fiumicino. La verità è che anche quando arrivano persone con infezioni l’evento è così sporadico che non costituisce un problema per la salute pubblica, come dimostra il fatto che non abbiamo mai registrato un contagio alla popolazione residente”. E conclude: “Possiamo dire che da parte di alcuni governi c’è una sensibilità che distoglie l’attenzione dai fatti, si alimentano preoccupazioni che poi i dati reali smentiscono. Il rapporto sulla salute che abbiamo presentato ne è una prova: ci sono molte preoccupazioni su questo aspetto, ma dai dati raccolti, queste si sgonfiano immediatamente”.

Fonte: OMS